Leonardo Tondelli - 20/03/2017

Non sono il tuo Computer di Colore

Il diritto di contare (Hidden Figures, Theodore Melfi, 2016)

Lo sapevate che nei primi tempi della Corsa allo Spazio, la NASA non aveva ancora un computer; non riusciva a installare l'IBM che aveva ordinato per una serie di disguidi tecnici, ad esempio era troppo grosso per passare dalla porta? E lo sapevate che nel frattempo i calcoli li facevano a mano, più spesso donne che uomini, non perché più portate ma perché (ovviamente) costavano meno? E che le "calcolatrici" bianche e quelle nere a Houston stavano in edifici separati? E che la calcolatrice più brava si chiamava Katherine Jones ed era stata ammessa al padiglione centrale, dove ricalcolava tutti i numeri necessari a mandare la capsula di John Glenn in orbita, ma quando le scappava la pipì, essendo nera, doveva farsi un chilometro a piedi per trovare il bagno segregato? Non lo sapevate?

Bene, perché in effetti non è successo.

(Ma in fondo è successo qualcosa di simile ad altre, quindi va bene anche così).

Povero Theodore Melfi, poveri produttori. Io me li immagino, un anno fa, mentre si dicono: che ci vuole a far man bassa di Oscar? Quest'anno sono tutti preoccupati perché non sono riusciti a candidare nemmeno un attore afroamericano. Bella gaffe. Quindi adesso noi troviamo una storia di afroamericani - no, non basta, devono essere ancora più minoranza, diciamo una storia di donne afroamericane. Di più. Donne afroamericane e matematiche - i matematici funzionano sempre nei film da Oscar, non c'è un motivo, è così e basta. Sono esistite importanti matematiche afroamericane? Sì. Hanno fatto qualcosa di importante? I calcoli della corsa allo spazio. Vabbe', ma è un film che si scrive da solo. Praticamente ti danno una nomination anche solo a pensarci. Chi lo può battere un film così, nel 2017? Chi? 

Ti ci mando io in orbita, baby.

Ti ci mando io in orbita, baby.

...Poi arriva un mezzo sconosciuto, un carpentiere, e con due soldi ti gira a Florida un film autobiografico di afroamericani gay spacciatori, santo dio, di tutti gli anni proprio nel 2017 doveva uscire Moonlight e vincere quell'Oscar. Posso dirla grossa? È un po' un furto. Non perché Hidden Figures sia un film migliore. Ma gli Oscar si danno a Hollywood, sono l'annuale celebrazione del cinema di Hollywood, e Hidden Figures è dieci, cento volte più hollywoodiano di quello strano frutto europeo trapiantato in Florida che è Moonlight - quel tipo di film che ti mostra il mondo nei suoi lati peggiori, ti fa sentire un po' in colpa e un po' sollevato per essere nato altrove, e poi si congeda senza nessuna parola di consolazione. Premiateli a Cannes, quei film lì. Là vanno matti per i marciapiedi sbeccati e l'odore di muffa degli appartamenti sfitti, c'è un trenino che parte ogni ora, la gente scende dagli yacht e va al palazzo del cinema a farsi la sua gita organizzata, un'ora e mezza di povertà - tre ore se lo spettacolo è doppio - dev'essere corroborante. I film americani sono diversi, perlomeno una volta lo erano. Non mostrano il mondo brutto com'è - in generale gli spettatori non hanno bisogno che qualcuno glielo ricordi - ma come dev'essere. Forse non c'è mai stato un direttore della Nasa a forma di Kevin Costner che prende a mazzate il cartello "bagno riservato alle donne di colore", ma avrebbe dovuto esserci. Deve esserci. Dobbiamo mostrarlo al cinema finché non prende forma nella realtà. Fare finta finché non diventa vero. Print the legend. Dici che è più propaganda che cinema? Va bene. C'è gente a cui interessa più cambiare il mondo che cambiare il cinema, tutto qui.

Dove nessun uomo è andato prima, o almeno io  su quel piolo non ci ho ancora avuto il coraggio.

Io insegno in una scuola e ogni tanto mi capitano ragazze che quando vogliono fare una domanda, esordiscono dicendo: "Non ci capisco niente". E tutte le volte: ma perché dici così? Al massimo non avrai capito una cosa. E pensi che qua dentro qualcun altro abbia capito? Tu sei tra i pochi che almeno si stanno ponendo il problema, perché ti devi autodenigrare? Chi ti ha insegnato a comportarti così?

Hidden Figures è un po' bugiardo, parecchio paraculo e abbastanza convenzionale, ma sapete che c'è? È uno dei film più divertenti che ho visto quest'anno. È trascinante, è commovente, e non vedo l'ora di poterlo proiettare legalmente in una classe scolastica - voglio dire, ci sono le astronavi e c'è la lotta contro la segregazione e ci sono le donne che fanno calcoli meglio degli uomini: puoi chiedere di più da un film per le scuole? E non solo le matematiche sono donne (e nere): finalmente non sono rappresentate come personalità disturbate che devono vivere tra i numeri perché non riescono ad avere rapporti umani. Katherine e le altre ballano, bevono, vanno in chiesa (anche a conoscere uomini), si innamorano, hanno figli, e se hanno paura di non ricordare le date dei compleanni non è a causa di qualche oscuro disagio dello spettro autistico, ma perché lavorano come matte. E non sono nemmeno irrealisticamente strafighe come la Knightley in Imitation Game - ok, c'è Janelle Monàe che tira un po' su la media, come del resto in Moonlight: lei poi è una spalla perfetta per gli intermezzi di commedia, ma sono Taraji Henson e Octavia Spencer, due corpi così irresistibilmente qualunque a trasformare quello che poteva essere semplicemente una rivincita delle nerd nere in qualcosa di più: un inno al lavoratore testardo, anzi alla lavoratrice: che non molla un centimetro, si aggiorna, non si fa mangiare in testa dal superiore, e soprattutto non lascia indietro le sue colleghe. La marcia delle Calcolatrici nei corridoi è senz'altro una citazione di The Right Stuff di Kaufman, ma finisce per sembrare Ken Loach. Hidden Figures non è certo un capolavoro, ma forse non ne avevo bisogno. Avevo bisogno di un film in cui le signore non si vergognano ad alzare la mano, non vedono l'ora di prendere quel gessetto e di farla vedere a tutti. Questa settimana ancora all'Impero di Bra (22:30), al Cinelandia di Borgo San Dalmazzo (20:00, 22:40) e al Cinecittà di Savigliano (21:30).