Dal blog di

Leonardo Tondelli scrive su l'Unità, il Post e leonardo.blogspot.com. Ha scritto La Scossa: l'Estate del terremoto in Emilia (Chiarelettere 2012), Futurista senza futuro (Le Lettere), Storia d’Italia a rovescio (2006-2001) (RGB)

Cinema

Bruce si fa la Russia (e un po’ di Ucraina)

venerdì 15 febbraio 2014

Die Hard – un buon giorno per morire (John Moore, 2013)

 

Elicottero distrutto, possiamo andare a casa

Non importa quanti elicotteri hai abbattuto a mani nude; quanti terroristi hai preso a pugni sulle ali di un jet in decollo; quanti ostaggi hai salvato nella vita – non importa niente se nel frattempo non hai speso un po’ di tempo con tuo figlio e lui ti è cresciuto intorno così, mentre tu salvavi vite e distruggevi carrozzerie. Un bel giorno avete litigato e non l’hai visto più; qualche anno dopo ti dicono che è nei guai, anzi peggio che nei guai, è in una cella nel bel mezzo di tutte le Russie. Per tirarlo fuori sarà d’uopo demolire una discreta percentuale del parco macchine moscovita, ma forse può essere l’occasione buona per fare due chiacchiere, recuperare un rapporto. Non fate quella faccia.

 

Io non volevo neanche andare a vederlo Die Hard 5, non ricordavo nemmeno che fosse il 5, dopo il 3 avevo perso il conto. Io questa settimana i compiti li avevo fatti, avevo visto questo bel film indipendente americano trionfatore al Sundance, Re della Terra Selvaggia, imperniato su una bambina bravissima con un nome assurdo che potrebbe vincere l’Oscar per una parte recitata quando aveva cinque anni. Un film con le minoranze etniche e sociali, i reietti della terra, gli ubriaconi poetici, l’uragano Cathrina, il pensiero magico, lo scioglimento delle calotte polari, un film che avrebbe confermato il mio spessore intellettuale di recensore di film in provincia di Cuneo – salvo che, maledizione, non è ancora uscito né a Cuneo né a Bra né da qualsiasi altra parte, e a quel punto che potevo fare? Mi sono visto Die Hard. È il primo che vedo al cinema. È anche il più brutto. Non è ovviamente colpa di Bruce, lui fa tutto quello che può fare. È senza dubbio ingiusto che lui debba invecchiare e Homer Simpson no, in fondo sono più o meno coetanei. 

 

C’è stato un momento in cui ci ho davvero sperato, che il film decollasse. Il momento in cui, dopo un preambolo quasi serio dove tutto sembra filare liscio (perché McClane non c’è), Bruce atterra in una Mosca che non capisce, un labirinto di automobili in coda e tribunali assaltabili… e la storia si sbraca completamente. Come se in un qualsiasi film contemporaneo di spie, un Bourne o uno 007 con Craig, arrivasse un umarell, il papà del protagonista, che senza capire nulla della trama, dell’intrigo, niente, si mettesse a sparare all’impazzata contro buoni o cattivi, senza distinguerli, “lasciate stare il mio bambino figli di p” – qualcosa del genere. Ovviamente il risultato è un disastro, il figlio si incazza “papà levati dalle palle sai solo fare casini”, “ma io volevo aiutare”, ecc. ecc. Era uno spunto buono, la riscossa del vecchio action spensierato che mostra fieramente le sue rughe contro i nuovi thriller internazionali più verosimili. Affinché funzionasse però bisognava assegnare qualche etto di carisma in più al figlio, Jack McClane (l’australiano Jai Courtney). Invece il ragazzo, dopo le prime scenate, si rivela sotto i pettorali l’incarnazione archetipica della sua generazione di emo smidollati, un tizio che se gli mandano a monte un piano ci rimane male e non sa più cosa inventarsi, papà, papà, cosa facciamo adesso. Papà, naturalmente, sa sempre cosa fare: si spara nel mucchio e, se c’è un elicottero, si abbatte, facile. A metà film Bruce ha già saldamente in mano la situazione, tratta il figlio come una femminuccia (“non ti metterai mica a piangere se ti estraggo dalla milza un tondino da un centimetro e mezzo, no?”) e insomma, i vecchi imperano. Se Die Hard 5 si prefiggeva di portare genitori e figli al cinema assieme, se contava sul ricambio generazionale, forse bisognava investire di più sul ragazzo. Ma Die Hard probabilmente se ne fregava dei figli, ancor più degli Expendables: è tutto un film che si fanno i vecchi sul loro essere sempre i migliori, e lascia pure che i ragazzini se ne stiano a casa a televotare Mengoni e Annalisa.

Un bel viaggetto

 

Mi ricordo una vecchia pubblicità di un atlante geografico che davano in regalo, credo, col Corriere nei primi ’90; c’era un cosmonauta che atterrava nei pressi di un pollaio e diceva (in originale coi sottotitoli) “Madre Russia!”, ma la contadina lo correggeva “Non è più Russia, è Ucraina”. Ecco. Die Hard 5 è così fieramente vecchiettistico che gli sceneggiatori (scimpanzé rubati all’esplorazione spaziale) si sono rifiutati di aggiornare gli atlanti al dopo Gorbaciov. A rischio di spoiler ve lo devo proprio dire: a un certo punto del film i McClane già un po’ ammaccati dal primo corpo a corpo con l’elicottero, decidono di recarsi da Mosca a… a Chernobyl. Per dare un’idea di quanto sia irrimediabilmente generazionale questo film, a voi cosa dice “Chernobyl”? A me fa rabbrividire la schiena, però credo che basti essere nato sette o dieci anni dopo per non sapere nemmeno di cosa si tratta. Comunque i McClane, incuranti delle radiazioni, fregano una macchina e ci vanno, così. Ho controllato su google maps, magari anche gli scimpanzé ci avrebbero dovuto pensare, sono NOVECENTO CHILOMETRI. Oltre al particolare che Chernobyl, appunto, non è in Russia, è in Ucraina, ma chissenefrega, del resto è un film che non ti fa mai mancare le falci, i martelli, le stelle rosse, magari con Putin queste cose sono tornate popolari, magari semplicemente gli americani vogliono vedere queste cose in un film russo, così come vogliono la mafia e le pecore in mezzo alla strada in un film italiano. Io poi sarei curioso di capire cosa ne pensano i russi di un film del genere – in cui Mosca viene scelta come il moderno far west, un posto dove può succedere di tutto, non c’è niente di strano se esplode un palazzo di giustizia o se un elicottero (militare?) bombarda un grattacielo, un posto dove se ti servono esplosivi e armi balistiche basta fregare la macchina nel parcheggio giusto, quello del locale “dove vanno i ceceni”. Tutto quello che nei vecchi film poteva succedere soltanto a Manhattan, adesso può succedere solo a Mosca. Però Chernobyl non si può sprecare così; non si può girare tutta la sequenza finale nella Zona di alienazione senza neanche mostrare qualche freak radioattivo, un pesce a tre occhi, un orso bruno gigante (erano scomparsi da secoli gli orsi bruni, ma nella Zona li hanno avvistati).

Il vero impianto di Chernobyl, nella Zona di alienazione.

 

Il regista John Moore, che ci ha già regalato il remake del Volo della Fenice e quello del Presagio, si conferma incapace di aggiungere qualcosa alla formula delle vecchie pellicole che ricalca senza fantasia. Ma forse era semplicemente preoccupato di mostrare la sua professionalità nelle scene d’azione, che in effetti sarebbero ben riuscite, all’altezza dei film precedenti (soprattutto l’inseguimento in mezzo e sopra il traffico moscovita). Peccato che siano appiccicate a bella posta su una trama che non sta in piedi. È il risultato del solito equivoco per cui gli spettatori andrebbero a vedere Die Hard perché c’è Bruce che tira giù gli elicotteri. Non dico non ci sia del vero, ma quel che faceva la differenza non era l’elicottero, ma Bruce: il suo modo così poco anni Ottanta di stare in scena, di prendersi cura degli amici e di tormentare i nemici. I primi Die Hard avevano degli antagonisti memorabili, ed era sempre divertente vedere come Bruce riusciva a trasformarli in spalle comiche prima di buttarli dal cornicione. Stavolta non c’è niente, è tutto un videoclip, il supposto antagonista sta in scena pochissimo, e quello vero non fa nemmeno la spiega. Errore grave! La spiega, la digressione in cui l’antagonista spiega per filo e per segno il suo piano diabolico prima di essere sconfitto da Bruce, ha un’importanza fondamentale. Gli scimpanzé stavolta hanno pensato di poterla mettere in bocca al figlio di McClure, il risultato è una grossa pena. Jack, da bravo bimbominchia, non ha la minima idea di cosa sta parlando, borbotta del fatto che se a Chernobyl trovano un documento “si ritornerà a parlare di energia nucleare, di armi di distruzioni di massa, di terrorismo”!!!11! È il classico minchione che a vent’anni ignora totalmente di vivere sopra delle basi missilistiche in funzione; gli scimpanzé sembrano convinti che la Russia col comunismo abbia detto stop anche alle testate nucleari. 

 

Io spero che i ragazzini non ci vadano, a vedere come si è ridotto il Bruce di Die Hard. Mi dispiace che continuino ad ascoltare la musica (brutta) che ascoltavamo noi in quegli anni lì, e si ostinino a preferire i vecchi film; e anche nei nuovi preferiscono trovarci qualche vecchia faccia rugosa che gli ricordi gli anni Ottanta. Svelo un segreto: non erano un granché quegli anni Ottanta. È vero, c’era Bruce all’apice della forma; ma c’era anche Chernobyl, che incubo. Alcune delle radiazioni laggiù ci metteranno migliaia di anni a dimezzarsi o sparire: speriamo che Bruce si ritiri un po’ prima, e lasci il campo a qualche giovane davvero competitivo.

 

Die Hard è al Cinecittà di Savigliano (inizia alle ore 20:20 e alle 22:30). Dura 100′. Buona visione, se proprio insistete. 


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