Leonardo Tondelli - 07/04/2016

Anche in Bosnia, potrebbe andare peggio

Perfect Day (Fernando León de Aranoa, 2015).

Da qualche parte in Europa ci sono i Balcani; da qualche parte nei Balcani c'è la Bosnia; da qualche parte in Bosnia c'è un pozzo d'acqua buona; da qualche giorno nel pozzo c'è un cadavere. Per toglierlo serve una corda, ma corde non ce n'è più. Ci fai tante cose con le corde: puoi legare gli animali o impiccare i cristiani. O i musulmani. Da qualche parte in Bosnia c'è una missione umanitaria, che si arrabatta come può. Sotto ogni carcassa di vacca può esserci una mina. Dietro ogni angolo, un posto di blocco. La guerra è finita, in teoria. La pace è molto in là da arrivare. I paesi sono rottami, la gente ride per un niente e si ammazza per un saluto, per un pallone. Se ti fermi a pensarci non ne esci più. Meglio scherzarci sopra e concentrarsi sul prossimo posto di blocco, sulla prossima carcassa, sul prossimo pozzo. Quel che deve andare a puttane c'è già andato; quel che ancora può salvarsi, magari si aggiusterà da sé.

Perfect Day meriterebbe di essere visto anche se non fosse il piccolo film perfetto che è, per quel pezzo della nostra storia che ci rimette davanti, dopo anni passati anche a cercare di dimenticarcelo: la Bosnia. Piccola come l'Emilia e la Toscana, alle stesse latitudini, ad appena qualche centinaio di km. Per quarant'anni un mistero sulle cartine politiche che avevamo a scuola - se ne sentiva parlare solo per l'attentato a Sarajevo - e poi all'improvviso l'inferno: il fratello che uccide il fratello, i cetnici, gli ustascia, i mujaheddin. Noi cresciuti a pane ed euromissili, convinti che la guerra fosse solo una cosa fredda, globale, assoluta, ce la siamo trovata davanti così piccola, tossica e incomprensibile, come una muffa che ci prende la cantina e non la cacci più via. Non avevamo mai sentito parlare di stupri etnici, di enclavi, di nazionalismo serbo. Ma stava succedendo a pochi passi e bastava prendere un furgone per andare a controllare nelle retrovie, che faccia familiare avesse l'orrore. Perfect Day ci riporta in quei giorni e riesce per un attimo a recuperare quel romanticismo fuori tempo che negli anni Novanta conservavano le ONG, prima dello scandalo della missione Arcobaleno.

Sarebbe insomma un film da vedere anche se fosse un noioso e tragico affresco sull'assurdità di una guerra contemporanea eccetera. Tanto meglio se invece di affliggerci o ricattarci, León de Aranoa prende una strada del tutto laterale e minata, e la butta in commedia. Riuscire a far coesistere dialoghi divertenti e dramma dei Balcani era una sfida quasi impossibile che in un qualche modo il film si porta a casa. Merito anche di un cast affiatato: Benicio del Toro, operatore umanitario che ne ha viste troppe e racconta a tutti che vuole andare a casa; Tim Robbins, il collega fuori di testa che guida per le mulattiere minate con lo stereo a palla; Mélanie Thierry alla prima missione, che deve imparare a guardare i cadaveri; Olga Kurylenko, boss in trasferta (ammirabile anche il modo in cui la regia riesce a gestire la sua ingombrante bellezza); Fedja Stukan, flemmatico interprete. Non sono in Bosnia per scherzare, ma qui se non si scherza si diventa matti. La guerra è dappertutto e in nessun luogo: nessuno sparerà un solo colpo, ma la morte è a ogni svolta di strada, a ogni portone. Ogni faccia che vedi ti sembra di conoscerla, e hanno tutti i loro motivi per ucciderti. Siamo in Bosnia: che altro ancora potrebbe andare storto? Perfect Day è al Lux di Busca, giovedì 7 e venerdì 8 aprile alle ore 21.